CAPITOLO 36

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10 Mo’hg Ba’haral 1842 – Arena del Monte; Haksh

Una delusione crescente si dipinse sul volto di tutti. Quel suono aveva interrotto bruscamente le corse dei giovani resh be’th e le loro possibilità di ribaltare una situazione compromessa.

“Ma come, è già finita? Non doveva durare una giornata?”

Questo fu il commento che ebbe gran parte i giovani resh be’th, tornando sfiancati dai maturatori. Ak’uira si sentì lacerare dentro, non aveva mai concepito la sconfitta come opzione. Era sicuro della vittoria della sua classe, per questo si era concentrato solo nel nascondere la sua turba. Shoudhe era di nuovo tra gli insegnanti e aveva per le mani una pergamena. Non fu facile notarla, dato che la sua casacca bianca sembrava riflettere ogni raggio di sole. A gruppetti, i ragazzi tornarono al proprio punto di ritrovo. Nonostante la velocità dell’incontro, molti avevano il fiatone e stavano sudando.

“Com’è andata, ragazzi?” domandò curioso il rinoceronte, sfoggiando un enorme sorriso. “Vedo che la classe di Loubra’l è molto soddisfatta.”

E in effetti era così. Su indicazione del camaleonte, erano riusciti a combinare al meglio i loro otzi risultando letali per tutti. M’elhek, con i suoi occhi applicati su alcuni avversari, aveva scoperto le basi delle classi, mentre Zahirile, Bak’u ed Eladh erano riusciti con la telecinesi, il teletrasporto e la persuasione a rubare interamente le risorse del combattimento, dell’intrattenimento e della produzione.

La classifica di quella disfatta generale vide la classe di Loubra’l al primo posto, seguita dalla classe di Gharai che era riuscita, all’ultimo momento, ad avere le pietre del combattimento. Al terzo posto, con una rimonta insperata, si piazzò la classe di Baharas, con Jamgha’l che aveva depredato metà delle risorse della comunicazione. Un pari merito al quarto posto per la classe di K’eirh e Dhooema, che erano riuscite a difendere e a conquistare un discreto numero di risorse. All’ultimo posto si era piazzata la classe di Thoeri, che non aveva eccelso né in difesa né in attacco.

Ogni gruppo iniziò a criticare i comportamenti dei propri compagni, recriminandosi l’avventatezza, la mancanza di riflessi o l’incapacità decisionale. I più duri furono i compagni di Ak’uira: lo avevano considerato il baluardo della vittoria, invece si rivelò essere l’artefice della loro disfatta. Avrebbero voluto che volasse, ma lui insisteva nel dire che non sarebbe stato divertente, era palese come stesse evitando il confronto.

“Sarebbe stato divertente arrivare primi!” si fece sentire Sak’i, che disapprovava le motivazioni dell’aquila.

I sospetti che aveva svanirono completamente; cambiò idea e credette fosse talmente pieno di sé da non considerare la classe alla sua altezza.

“Se continui così rimarrai solo. Mi dispiace per i tuoi amici, che non hanno capito con chi hanno a che fare.” l’impala colpì duro il cuore di Ak’uira.

Vista l’amara sconfitta subita, stava seriamente prendendo in considerazione l’idea di confessare la sua incapacità al volo, ma quella frase lo gettò nello sconforto. Si sentì rifiutato e, se quella poteva essere un’occasione per dire la verità, la sciupò per rifugiarsi, ancora una volta, in sé stesso.

Non è come credi, io non so volare.

Volle giustificarsi, mentre avvertiva la delusione degli altri pesargli sullo sterno.

“Ragazzi, ora è meglio ascoltare il preside Shoudhe.” si intromise Baharas che, assieme agli altri maturatori, si era diretto dalla propria classe per distendere gli animi.

“Non pensavo che questa competizione vi accendesse tanto, cosa vi hanno detto i vostri maturatori per rendervi così agguerriti? A ogni modo, tutto è andato come doveva andare. Una classe vincitrice e le altre perdenti e deluse.”

Quella frase scioccò i ragazzi, credevano li avrebbe rimproverati per una loro ipotetica immaturità e che avrebbe puntato sulla partecipazione e cooperazione: non fu così. Alcuni si sentirono offesi da quel destino, percepito come già scritto.

“Ognuno di voi, esclusa la classe di Loubra’l ovviamente, ha reso infelice il proprio maturatore. Dovevate vincere, a ogni costo. Invece avete perso tutto. Adesso la classe della magia potrà disporre di voi come meglio crede.”

Pensavano scherzasse, ma era serio; la brezza di metà mattinata sembrava vergognarsi di passare in mezzo a quei resh be’th ammutoliti. L’arena adesso non era più sconfinata.

“Guardate cosa avete perso!” Shoudhe parlava come se si trattasse di una questione di vita o di morte. “Avete perso provviste. Avete perso donne e uomini. Avete perso tecnologie. Andate oltre queste semplici pietre decorate: avete perso delle vite. Tu, per esempio, se fossi stato al mio posto e avessi perso tutto questo, cosa avresti fatto?”

Interrogò retoricamente Re’ema che, spiazzata, non seppe rispondere.

“Niente. Non avresti potuto fare niente.”

Shoudhe pose la stessa domanda a tutti, bocciandoli con lo sguardo.

“Ogni squadra rappresentava una delle nostre città e tutti eravate in guerra contro gli altri. Immaginate ora campi distrutti e villaggi rasi al suolo o incendiati. Questo sarebbe stato il risultato per gran parte di voi.”

Quel discorso, seppur molto serio e importante, iniziò a sembrare esclusivo per alcune delle classi del maturamento tanto che, chi si sentiva estraneo, o impotente alla cosa, fu leggermente in imbarazzo.

“Se questo scenario si fosse verificato non tra le città del nostro ge’th, ma tra Haksh e altri ge’th?! Sarebbe stata la fine.”

Quella frase risultò priva di senso. Il ge’th era Haksh e Haksh era il ge’th, tutto il resto era solo territorio vergine e lasciato alla natura.

Ma allora Hatsei diceva sul serio, non era una sua fantasia.

Ak’uira si ricredette e, così come gli altri maturanti che accusarono il colpo, si percepì come un frammento insignificante. La sua spirale azzurra era in rilievo a causa del precedente sforzo fisico e iniziò a vederla diversamente: quel segno, per la prima volta, gli apparì come uno tra tanti.

Io sono uno tra tanti.

“Ma per fortuna questo non succederà mai, potete stare tranquilli.”

Il rinoceronte tornò sorridente e cambiò tono: “Come la classe di Gharai sa già, Haksh non è che un piccolo ge’th all’interno della terra emersa. Ne esistono altri che, come noi, sono isolati in luoghi specifici. Tutti i popoli resh be’th rispettano questa suddivisione ormai da migliaia di anni. E voi, con questo gioco, avete simulato un possibile pericolo di aggressione.”

Sebbene di difficile digestione, quella notizia iniziò a prendere corpo nelle loro menti. Dallo sbigottimento iniziale passarono a una graduale razionalizzazione: in fondo, avevano sempre sospettato ci fosse qualcosa oltre Haksh, il mondo che conoscevano gli era sempre sembrato, seppur plausibile, troppo piccolo. Nelle loro fantasie si dispiegò una piana sconfinata dove altre città, altri fiumi, altri monti e altre foreste correvano veloci sotto di loro. Ma la ferocia, con cui avevano combattuto, corrose quella spensieratezza in una sequela di esplosioni e di urla. Videro me ridere dietro la devastazione. Si chiesero quanti altri segreti avrebbero dovuto conoscere.

Concentrandosi nuovamente sul discorso del governatore, molti, tra cui Ak’uira, svicolarono la questione dell’invasione, confidando nell’importanza delle proprie capacità; avrebbero dovuto diventare migliori per difendersi e, magari, avrebbero potuto utilizzare la forza per farsi rispettare: solo così la popolazione di Haksh non avrebbe sofferto.

Ma io ancora non so volare.

“Non fraintendete il senso della sfida. Vincere a questo gioco, nella vita reale, non vi farà essere dei vincitori. E non pensate che lo scopo del maturamento sia questo. Sì, anche noi alla vostra età l’abbiamo pensato, – E se qualcuno, nel mondo, continuasse a pensarlo ancora adesso? – ma voglio porre a voi una domanda: cosa si potrebbe fare per evitare queste situazioni?”

Quella domanda demotivò i ragazzi che si percepivano sempre di più come dei bambini separati dal mondo degli adulti.

“Condividere un qualcosa” si fece avanti Hatsei, “se tutti i ge’th avessero in comune un’idea o un evento, si potrebbe far leva su quello per rimanere in buoni rapporti.”

“È una buona visione. Hatsei, giusto? Spiegala meglio.” Shoudhe era interessato.

“Mi viene in mente, che ne so, il Samath. Noi abbiamo questo segreto e, di sicuro, anche negli altri ge’th ci sarà un qualcosa che li accomuna come noi. Se scoprissimo cosa abbiamo in comune, potremo avere dei rapporti pacifici. Anche loro avranno un pezzo di Samath per risvegliare gli otzi, no?” Ripeté il concetto, non sapeva come potersi esprimere meglio.

“È un ragazzo perspicace.” commentò imbarazzato Gharai, ma il punto sollevato dal licaone fece piacere al governatore.

“Hai colto nel segno, bravo. Anche gli altri ge’th possiedono una parte del Samath. Ma siete sicuri che questo basti? Ovviamente avevate dei motivi, però, poco fa, vi siete dati addosso nonostante condivideste l’esperienza del risveglio. Cos’è allora che manca per mantenere la pace tra i ge’th?” Shoudhe voleva stuzzicare la riflessione dell’intero cerchio.

“Il commercio.” Azzardò Eladh, mentre aveva in mano le risorse prese dalle altre classi.

“Effettivamente, degli scambi economici con gli altri ge’th potrebbero essere un buon modo per avere rapporti e anche per far progredire il proprio territorio, un po’ come succede tra le nostre città. Ma la domanda è questa: perché il commercio, al nostro interno, funziona e uno ipotetico tra i vari ge’th potrebbe non funzionare?”

Shoudhe non lo voleva dare a vedere, ma tenere delle lezioni gli era sempre piaciuto; invidiava bonariamente Gharai che ora aveva il suo posto.

“L’accaparramento delle risorse.” sentenziò Gedhre atono.

La giraffa, portatrice in viso del suo triste passato, fece sospirare il rinoceronte e gli altri maturatori. Il governatore ora doveva stare attento alle parole che avrebbe utilizzato.  

“Hai proprio ragione e qui colgo subito l’occasione per chiedere nuovamente scusa a te, e a tutti voi, per gli errori commessi a Lashe’th più di quindici anni fa. Il nostro impegno politico, oltre alla normale amministrazione, è cercare di arginare comportamenti criminali di vario genere e controllare le rotte commerciali. In quell’occasione non siamo riusciti a gestire l’emergenza e i successivi tentativi di speculazione.”

Guardò dritto il ragazzo sperando di ottenere il perdono, insignificante visto ciò che aveva perso.

“Ma vedete già da questo nostro errore come sia difficile coordinare le azioni commerciali all’interno del ge’th, immaginate cosa potrebbe succedere al di fuori dei nostri confini. Un mercato completamente libero porta solo a disuguaglianze – Come se non ci fossero lo stesso – tra i vari ge’th e a lungo andare la competizione, anziché essere uno stimolo, finisce per logorarci dall’interno, calpestando chi è sotto di noi.”

Esibì la pergamena che aveva in mano, per alcuni secondi.

“Questa che vedete è la soluzione alle problematiche che potrebbero nascere tra i ge’th. La congrega della quale facciamo parte ha a capo un ordine di saggi che mediano ogni controversia. Loro sono il nostro retaggio comune” indicò Hatsei, “e coloro che regolano gli scambi.” sorrise a Eladh.

“Loro sono l’Eternità e qui, nella mia mano, ho i pilastri che ci hanno affidato. Tutti i ge’th hanno il diritto di obbedirvi per proteggere la propria gente e le altre popolazioni del mondo.”

Era un momento solenne e il governatore desiderava che tutto andasse nel migliore dei modi, ecco perché si era vestito in quel modo. Era convinto che le occasioni importanti andassero rispettate sia con l’intenzione sia con la forma.

“È da questi dogmi che i nostri fondatori hanno fatto nascere il codice che voi conoscete e che il sacerdote Lath amministra. Quello che io e i vostri maturatori vi chiediamo è di giurare fedeltà a essi, fino a che il Monte Haksh vorrà.”

Attese qualche istante prima di srotolare la pergamena e leggere ad alta voce il contenuto; il sole li guardava dall’alto senza essere troppo invadente, sembrava voler ascoltare anche lui quelle leggi, dato che il suo calore non dette fastidio all’assemblea.

Finita la lettura dei pilastri, Gharai trattenne uno sbadiglio e venne fulminato da Thoeri. Solo K’eirh sorrise a quello spasmo, sapeva che il cacatua era solo annoiato dalla lettura del rinoceronte. Lune prima le aveva confessato che non riusciva a trattenersi, quando Shoudhe leggeva atti ufficiali o i comunicati degli Eterni: li caricava di troppe pause ed enfasi.

“Avete il pomeriggio libero per poter approfondire individualmente questa saggezza. Ci vedremo questa sera, per celebrare il vostro giuramento. Da questo momento, sarete considerati dei resh be’th adulti e responsabili.”