CAPITOLO 37

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10 Mo’hg Ba’haral 1842 – Monte Haksh; Haksh

Ognuno dei maturanti ricevette un papiro con i sei pilastri dell’Eternità e una misera cena, all’interno di un sacchetto: un frutto e un tozzo di pane. Avrebbero dovuto restare soli, con quel testo, fino a che non fossero stati chiamati una volta giunta la sera. Non importava se qualcuno di loro sapesse leggere o meno, l’essenziale era che si confrontassero con parole immortali e giuste.

Shoum’e si appartò in una piccola fossa presente in un punto lontano dell’arena: non voleva avere visto da nessuno. Lesse ripetutamente quei dettami e non sapeva come rapportarsi a essi. Lui non aveva fatto nulla che li avesse infranti, eppure si sentiva sporco e giudicato. Era come se quel foglio fosse un enorme dito puntato contro di lui; non sapeva come rispondere, perché non riusciva nemmeno a decodificare la sua colpa. Sapeva di non essere di Haksh e questa, per lui, era una certezza scomoda; ripensò alle parole che i suoi genitori adottivi, una coppia di gufi sulla sessantina, gli rivolgevano quando si comportava male da bambino.

“Se ti comporti male, ti rimanderemo dagli Harki’.”

Il maturamento, per lui, era un’occasione imperdibile per conoscere chi fosse veramente, ma le domande nella sua mente erano un esercito battagliero, in continua crescita, schierato contro una singola risposta che non poteva che soccombere agli attacchi nemici: essere straniero in una terra che voleva fosse casa. Con quel papiro in mano, dedusse di provenire da un altro ge’th, quello popolato dagli Harki’. Dove fosse situato, era una domanda al di là delle sue capacità.

Stimolato da nuova curiosità, cercò nella sua mente altri dettagli per poter conoscere qualcosa in più su di sé. Pensò allo spavento provato nel vedere l’alfabeto di Hatsei e all’interrogativo che non si spiegava del suo risveglio. Collegò gli Harki’ al linguaggio, la paura per quelle strane lettere si travestì in opportunità.

Farmi insegnare da lui ciò che significano, magari mi farà conoscere meglio le mie origini.

Avrebbe però tenuto per sé il fatto che quell’alfabeto non era frutto della fantasia del licaone, ma l’emergere di una cultura altra rispetto a quella di Haksh. Si disse che era destino la sua presenza lì, era quello l’aiuto che desiderava. Quella convinzione, da sola, riuscì a far ritirare tutte le domande dal campo di battaglia. Il destino lo avrebbe aiutato a sconfiggerle una ad una e gli avrebbe dato il tempo necessario. Si adagiò a lui con un piacevole senso di entusiasmo, sentì di essere dove avrebbe dovuto trovarsi.

Non poteva immaginare che il suo ‘Destino’ era come un soffice ruscello dal quale lasciarsi cullare, almeno finché non sarebbe diventato un torrente impazzito dal quale resistere per non annegare.

Ak’uira vagò a lungo, su quel grande altopiano, in cerca di un posto che gli risultasse adatto. Scalò uno dei tanti valloni dal quale scrutare un panorama sconfinato; era relativamente distante da dove lui e la sua classe svolgevano gli allenamenti. Il circuito scandito dalle pietre colorate, ormai evidenziato dalle numerose corse dei resh be’th, poteva essere coperto quasi interamente dalle mani dell’aquila. Fermò lì il suo sguardo, ancora non si sentiva pronto nel godere della vista di Haksh. Non dopo ciò che era successo quella mattina, non dopo i suoi pensieri sul discorso di Shoudhe.

Tornò ad autocommiserarsi, questa volta mettendosi seriamente davanti a sé stesso. In poco più di un ciclo aveva scoperto verità che non poteva immaginare e vide il suo mondo stravolto in mille modi diversi; la mia violenza era un piccolo chiodo fisso che decise di accantonare: avrebbe trovato il momento per saldare il conto.

Uno tra tanti.

Lo negò con tutta la forza che aveva, ma essere speciale, in fondo, gli piaceva. Capì di dover accettare quella condizione; Zahirile, i suoi amici, la sua classe e anche gli altri maturanti gli stavano sbattendo in faccia la verità: era uno tra tanti, anzi uno come tanti. Il problema era lui, aveva sottovalutato il maturamento e decise di voler cambiare le cose: un nuovo punto zero. Rifletté sul senso profondo del suo essere lì e volle tentare con la pergamena.

Si affidò più sulla memoria di quanto letto dal preside e dai racconti di sua nonna, che sulla sua capacità di lettura e analisi. Non declinò i valori elencati verso l’Eternità, ancora non riusciva bene nell’adattarsi a un mondo molto più grande di Haksh, ma adesso poco gli importava. Considerò invece i modelli incarnati dai sei fondatori, erano molto simili a quei pilastri e si scontrò con la sincerità e la lealtà.

La sua famiglia non glielo aveva mai fatto pesare, ma sapeva che stava vivendo nella menzogna. Negare a tutti la sua debolezza, fingendo che non ci fosse, lo stava allontanando sempre di più sia dalla sua gente sia dalla sua classe. La cosa più grave era che non riusciva a rispondersi se ciò lo infastidisse o meno. Si accomodò meglio lo stocco sulla vita e distese momentaneamente le gambe, incrociate per terra. Quell’arma lo faceva sentire bene come non mai, con essa si sentiva completo e senza nessuno spiraglio di fragilità.

Però non sapeva volare.

Nonostante quella fosse la sua strada – ne era più che convinto – aveva un retrogusto acidulo, come se qualcosa non fosse ben amalgamata con il tutto. Era in un bivio, scegliere la sincerità e la lealtà affermando la sua incapacità o vivere in maniera ipocrita quei valori, come se niente fosse. La sua bontà d’animo e il suo senso di responsabilità lo spingevano verso la confessione, il suo orgoglio e il suo copione di ragazzo perfetto lo forzavano nell’altra direzione. Teso in un filo rosso, un aquilone guardava il bivio dall’alto con la domanda per la sua identità:

E se volassi?

La sera arrivò veloce e Baharas convocò Ak’uira e gli altri con l’otzi del combattimento: era giunto il momento del loro giuramento. Si raccolsero nell’arena e intrapresero un sentiero che si inerpicava su uno dei tre picchi. Il cielo era clemente e una timida luna crescente scrutava il piccolo gruppo cercando di illuminare il loro cammino il più possibile. Voleva competere con delle piccole torce posizionate a terra nei punti più impervi. Sembrava come se la pericolosità del tratto attraversato contribuisse a rendere il giuramento un rituale separato dal resto della società. Giurare all’Eternità voleva dire allontanarsi, in un certo qual modo, anche da Haksh.

Camminarono silenziosi lungo la cresta del monte e raggiunsero una scalinata rocciosa sulla quale dovettero arrampicarsi nei punti più alti. Il crepitio dei sassolini che cadevano dai gradoni era l’unico suono ad accompagnarli. La vista, da lassù, era un enigmatico manto scuro con dei flebili punti luminosi in corrispondenza delle città e dei villaggi.

Si posizionarono a semicerchio su un piccolo spiazzo rimanendo vicini, fare un passo indietro li avrebbe fatti cadere. Baharas era a braccia conserte dietro di loro, librato a mezz’aria. Ad aspettarli c’era Shoudhe, vestito ritualmente con una tonaca bianca e una lunga stola azzurra. Reggeva una torcia che si dimenava fiera.

Senza dire una parola la puntò in basso e illuminò il centro di quella nicchia nella roccia. Uno strano simbolo era stato inciso sulla pietra e i resh be’th rimasero alcuni secondi a osservarlo. Non lo avevano mai visto prima, per loro fu simile a una ruota esagonale con dodici fori lungo le sue diagonali. Quel simbolo venne scolpito dal quarto governatore di Haksh in persona.

“Questo è il luogo più alto di Haksh e non è un caso se ci troviamo qui. Si narra che siano stati i fondatori stessi a realizzare questo piccolo ma fondamentale santuario, così come il simbolo che vedete ai vostri piedi. Rappresenta l’Eternità. Ogni cosa che viene detta in questo luogo è come se venisse pronunciata davanti all’Eternità stessa e voi giurerete su questo simbolo nel nome dell’otzi che siete.”

I ragazzi lo ascoltarono rispettosi, l’essere a quell’altitudine riempiva l’atmosfera di sacralità. Era come se, tutto a un tratto, la sorte di Haksh dipendesse da loro, dominatori del mondo che lo guardavano dalla cima di una montagna.

“Avete riflettuto le parole degli Eterni?”

“Sì.”

“Donereste la vita per difendere e salvaguardare Haksh?”

“Sì.”

“Allora possiamo iniziare il giuramento.”

Il rinoceronte si prese qualche attimo prima di recitare le formule di rito: era emozionato. Spiegò ai ragazzi che avrebbero dovuto rispondere affermativamente alle sue domande e che avrebbero dovuto inginocchiarsi e poggiare la mano vicino al simbolo dell’Eternità, senza però coprirlo.

I resh be’th eseguirono d’istinto; tutto era pronto.

“Giurate di essere leali verso l’Eternità, qualunque cosa accada?”

“Sì.”

“Giurate di essere umili, nel rispetto dell’Eternità come ordine supremo?

“Sì.”

“Giurate di essere amanti della terra, come prescritto dall’Eternità?”

“Sì.”

“Giurate di essere puri nei confronti dell’Eternità?”

“Sì.”

“Giurate di essere pacifici verso tutti, nel nome dell’Eternità?”

“Sì.”

“E infine, giurate di essere sinceri con ogni resh be’th l’Eternità vi metta davanti?”

“Sì.”

“Alzatevi figli di Haksh, d’ora in avanti sarete figli dell’Eternità!”