CAPITOLO 38

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20 Mo’hg M’eskar 1842 – Monte Haksh; Haksh

Erano trascorse più di due lune dal giuramento dei ragazzi verso l’Eternità e tutto sembrava procedere con tranquillità. Le lezioni, gli allenamenti e le esercitazioni proseguirono con autonomia crescente da parte dei giovani otzici: i maturatori si ritrovarono a svolgere una semplice funzione di supporto e correzione.

Shoum’e si integrò sempre di più con le sue due classi e con il gruppo di Saho’re; da timido e remissivo, iniziò a sentirsi come a casa. Hatsei era entusiasta nel vedere che la zebra fosse interessata al suo linguaggio e che imparasse a comprenderne gradualmente la fonetica e la grammatica, ma restava sempre il dubbio sul perché si fosse spaventato il primo giorno. Non ebbe mai il coraggio di chiederlo.

La presenza di Go’se, in quell’agglomerato di amicizia, non fece che dare ulteriore risalto anche a Re’ema e Bhasra, diventando un trio inseparabile. Spettegolarono molto su lei e il licaone, ma non c’era nulla da dire al riguardo:

“Siamo solo ottimi amici.” ripeté la mangusta alle due, cercando di essere il più convincente possibile.

Anche il rapporto tra Ak’uira e Zahirile si intensificò e si estese con il resto del gruppo, ma l’aquila non riusciva ancora a lasciarsi andare del tutto. Mentre il cobra aveva confessato con orrore e senza vergogna il proprio passato, voltando completamente pagina, Ak’uira continuava a recitare la parte del resh be’th senza difetti. Si sentiva ormai troppo compromesso e aveva paura che esprimere la sua debolezza lo avrebbe reso ancora più solo.

“Se continui così, la tua classe non ti accetterà mai.” lo rimproverò Saho’re, prendendolo da parte dopo uno dei tanti pranzi.

All’elefante stava seriamente a cuore la questione dell’amico, sapeva quello di cui era capace e voleva convincerlo a poterlo tirare fuori. La parte più opportunista di lui era invece curiosa di scoprire cosa avrebbe comportato il superamento, da parte di Ak’uira, della paura di volare. Credeva che, se l’aquila avesse finalmente sbloccato le sue ali, anche il suo otzi ne avrebbe risentito. Sebbene mosso dalla buona fede, teneva in sé entrambi gli aspetti: sincera amicizia ed egoistico incoraggiamento.

“Non ci riesco. Gli ho detto che non le uso volutamente.” rifiutò Ak’uira, ritirandosi dietro una colonna naturale della mensa.

“Complimenti! Guarda cosa ci hai guadagnato. Zahirile me lo ha detto che stanno iniziando a evitarti.”

“Lo capisci che ormai non posso dirgli che non so volare?! Non mi crederebbero più.”

“E tu lo capisci che lo stanno facendo di proposito?! Guarda tutti i lividi che hai.”

Durante gli allenamenti, i colpi inferti ad Ak’uira erano molto più violenti e decisi: erano la dimostrazione di come loro non accettassero l’atteggiamento di superficiale superiorità che il resh be’th si ostinava a mostrare alla classe. Per lui erano poco male, sarebbero spariti con una dormita. L’otzi del guerriero era in grado infatti di donare anche una rigenerazione più rapida e decise di sfruttarla, andando avanti come se nulla fosse.

Il cobra aveva smesso di commentare questo atteggiamento passivo dell’amico. Comprendeva ciò che l’aquila stava passando, ma riconosceva anche l’importanza di quella battaglia: la ricerca del momento era ancora all’inizio e la partita era solo in mano sua. Ak’uira stava collezionando solo numerose sconfitte, era distratto e orgoglioso, spaventato e volenteroso.

Quando si trovava sull’arena, Baharas osservava l’aquila con speranza, era convinto che in pochi giorni gli avesse mostrato la posizione di tutti gli aghi. Non sospettava minimamente, o forse non lo voleva ammettere, che Ak’uira non era riuscito a trovarne nemmeno uno. Concentrato nel resistere ai colpi d’allenamento, fece passare ciò che era veramente importante in secondo piano.

In quella mattinata che sembrava come le altre, M’er, uno dei due suricati incaricati da Baharas di supervisionare il ge’th al posto suo, si recò di corsa nell’ufficio di Shoudhe.

“Mi scusi governatore, ci sono due corvi con delle strane tuniche e un accento molto strano all’ingresso del monte. Ho lasciato Katthe in loro compagnia; dicono di venire da Arfa qualcosa.” Era molto concitato nel parlare, “Cosa devo dirgli? Li mando via o li faccio entrare? Dicono di essere suoi amici di vecchia data e chiedono di poter parlare con lei. Hanno fatto un lungo viaggio in mare.” Aggiunse in buona fede, anche se sembrava voler suggerire una risposta.

Il rinoceronte cercò di non tradire il panico che lo travolse come un’onda.

Non ha senso che i due diarchi di Harfnag vengano in un altro ge’th, cosa vorranno?

Nonostante la paura e la tensione, una parte di sé era attratta da un’insana curiosità. Una curiosità pericolosa, non per lui, ma per il suo popolo e i suoi ragazzi. Scoprire cosa avevano da dire era diventata, in un attimo, la cosa più importante e la cosa più deleteria da fare: varcò quel limite.

“Falli passare, M’er, grazie. Ma non lasciarli girovagare per il monte, portali direttamente da me.”

“Come desidera.”

“Un’ultima cosa. Nessuno che sia all’esterno di questo monte deve sapere della loro presenza. Sai a chi mi riferisco.”

Il suricato fece un occhiolino, ma fraintese il comando:

“Certamente.” si allontanò rapido.

Il rinoceronte cercò di immaginare il perché avessero osato intraprendere un viaggio così rischioso per un incontro chiaramente clandestino. Avrebbe scommesso qualsiasi cosa sul fatto che l’Eternità non fosse al corrente di quella visita.

Avrebbe dovuto?

Non gli fu chiaro nemmeno questo: aveva giurato di denunciare qualsiasi irregolarità e quella era forse una delle più gravi.

Oh Haksh! Mi sento un’ipocrita.

I due corvi entrarono nella stanza, Shoudhe si alzò e fece un lieve inchino in segno di rispetto. Era turbato. Ricambiarono il gesto e gli strinsero la mano complimentandosi per l’ufficio; li fece accomodare su due poltrone e, per quanto potesse sembrare brusco, evitò i convenevoli.

“Oltre a chiedervi cosa vi porta a Haksh per questo incontro inatteso – per altro così lontano dal prossimo Ouakabh – vorrei sapere cosa avete detto e come vi siete presentati agli abitanti del porto di Lashe’th. Sono anni che non si pesca più e una nave è molto sospetta.”

Marcò subito il territorio facendo capire che, dopo tutto, non erano i benvenuti.

“Non deve preoccuparsi, abbiamo detto ai pochi curiosi di essere suoi vecchi allievi di ritorno da una lunga esplorazione. Non vogliamo creare alcun tipo di disordine.” sorrise Houghin “A ogni modo, volevamo discutere con lei di una questione molto urgente.”

“Immaginiamo i suoi pensieri. Il motivo della nostra visita in loco è dipeso dal fatto che la reputiamo essere l’unico dell’assemblea osservante di decoro e moralità” concluse il secondo.

“Il suo ge’th è molto ben curato, governatore Shoudhe. Si vede che dietro c’è una mano esperta, e gli abitanti sono tutti disponibili.” Houghin diede uno sguardo attorno “Inoltre la scelta di questo monte, come sede del maturamento, dà un tocco caratteristico e romantico al tempo stesso. Sapeva custodivamo un documento che attesta il monte Haksh come una delle grandi meraviglie? Gliel’abbiamo portato in regalo, tenga.”

Offrì una pergamena ben rilegata al rinoceronte che la aprì, ringraziando.

“Le vostre parole e i vostri regali mi lusingano, ma sono proprio questi a farmi temere che abbiate delle brutte notizie. Che ne direste se mi spiegaste come mai avete infranto il primo pilastro dell’Eternità? Ero con voi quando avete giurato di rispettarlo e onorarlo fino alla morte.”

Si accomodò sulla sua poltrona, ma era teso come non mai.

“La terra ha frasi grandi e pesanti, ma noi, come ben sa, abbiamo parole leggere come l’aria e cerchiamo sempre di farle crescere in maniera graduale, da brezza a vento. Non è decoroso innalzare un tornado senza preparare l’ascoltatore.” Introdusse N’uhin.

“È vero, abbiamo infranto la legge del Circolo Eterno, ma ci conosce: non faremmo mai una cosa del genere se non la reputassimo necessaria. N’uhin ha ragione, non vogliamo alzare un polverone, vogliamo solo parlarle del nostro maturamento e delle nostre preoccupazioni. Durante i Ouakaf abbiamo sempre avuto buoni rapporti, data l’antica fratellanza che ci accomuna, e vorremmo che quest’amicizia si mantenesse.”

Houghin fece una breve pausa, credeva che la sua rivelazione avrebbe scosso il rinoceronte.

“Siamo stati benedetti con 36 otsici ed è stata dura, molto dura partire e trovare dei maestri adatti, ma, nonostante questa eccezionalità, non volevamo parlarle di ciò. Crediamo che questa benedizione possa nascondere un grande tormento e ciò che ci ha chiesto poco fa mi porta a confermare la mia ipotesi. Anche da noi la pesca non è più praticata da decenni, e il Circolo Eterno ha sempre detto di aspettare. Si stava riferendo a questo momento? Siamo convinti che questa benevola ‘anomalia’, se mi è permesso, non appartenga solo al nostro g’eth, ma che sia diffusa nei dodici. Può confermare questo fatto? Anche lei ha 36 otsici?”

Shoudhe rimase in silenzio e osservò attentamente i due corvi cercando di capire le loro intenzioni, sapeva che erano due resh be’th leali, ma non poteva lo stesso fare errori.

“Anche se avessi 36 otzici nel mio maturamento, cosa vi importerebbe? Perché siete preoccupati del numero?… No, aspetta” forse aveva scoperto il loro gioco, “voi non siete preoccupati per il numero, voi avete paura che la mancanza di una risorsa collegata a questo grande numero di otzici possa far impazzire un ge’th. Sbaglio?! Non è che per caso sospettate di Haksh?”

“Non scatenare terremoti con la tua voce, governatore” disse N’uhin in modo pacato, cercando di calmarlo.

“Vogliamo soltanto verificare se anche a Haksh si stava vivendo la nostra stessa condizione. Ci fidiamo veramente di lei, altrimenti non saremmo qui, e la nostra preoccupazione è solo a livello generale. Abbiamo paura che questo numero possa sconvolgere gli equilibri che, a fatica, sono stati raggiunti durante questi millenni. Lo vede anche lei come a ogni Ouakaf vengano a galla dei dissapori tra i governatori per questioni più o meno serie e che il Circolo Eterno sembri lasciar correre in base ai suoi capricci. Lei è uno dei pochi capi g’eth che riesce a mantenere la calma in quell’assemblea e che cerca la via diplomatica; per questo volevamo affidarci a lei. Se dovessimo puntare il dito contro qualcuno, ma in maniera del tutto infondata” Houghin alzò le mani, “sarebbe verso quei g’eth che possiedono un elevato numero di otsici del combattimento. Se a questo aggiungessimo l’assenza di una risorsa, ecco che avremo un innesco plausibile; la storia è una grande maestra se la si ascolta.”

Da dietro la porta, Katthe stava cercando di origliare, ma M’er, con uno scappellotto, lo riportò all’ordine; litigarono in silenzio allontanandosi.

“La nostra paura è questa: cosa succederebbe se uno di questi g’eth decidesse di invaderne un altro o di rivoltarsi contro il Circolo Eterno stesso?”