CAPITOLO 39

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20 Mo’hg M’eskar 1842 – Monte Haksh; Haksh

Shoudhe stoppò subito i due corvi:

“Non credete sia un po’ troppo azzardato parlare di queste cose? Anche se voi aveste ragione, l’Eternità prenderà provvedimenti. Come ha già fatto in passato. Combinare il fatto che non si peschi più alla presenza di tanti otzici è già molto strano, pensare che ciò porti a degli scontri tra ge’th, lo è ancora di più! Non vedo nulla per cui valga la pena infrangere le leggi che abbiamo giurato di proteggere.”

Da quel momento cercò di trovare un modo gentile per allontanare i due corvi da Haksh.

“Credete veramente, montagna, che il nostro vento sia inutile? Ciò che ci contesta è vero, ma non dimenticare i movimenti che avvengono sotto di lei. La fame è fame. Per quanto grandi possiamo essere e per quanto lontano può spingersi il nostro orizzonte, non saremo mai padroni di tutto quanto, qualcosa sarà sempre in ombra ed è lì che i fiori non sbocciano.” N’uhin aveva capito che Shoudhe stava per smettere di ascoltarli; pulì i suoi occhiali continuando a fissare il rinoceronte.

“Ciò che mio fratello vuole dire è che non dobbiamo sottovalutare la situazione. Un numero così elevato di otsici non si è mai verificato durante questi millenni e, sebbene possa sembrare scollegato dalla pesca, la storia è la mia vita. Per cui, mi ascolti: l’ultimo evento di questa portata si è verificato prima dello scoppio della grande guerra e sappiamo tutti come è andata a finire. La nazione di Ahw si è disintegrata e sono nati i g’eth. Ci sarà una guerra atroce e io la vedo.” disse il corvo, sporgendosi verso il governatore di Haksh.

Aveva ragione: la guerra era più vicina di quello che sembrava, ma Shoudhe non fu mai in grado di vederla.

“Capisco ciò che volete dire, ma per il momento non vedo segnali che possano farci allarmare e, ripeto, è strano che due tipi attenti alle leggi come voi ne infrangano una così importante, solo per dirmi che avete paura di questa benedizione di otzici.” Si morse le labbra e volle essere franco. “Anche noi abbiamo questo numero. E, sinceramente? Credo possa solo fare bene a ogni ge’th avere tutti questi ragazzi.”

“La nostra non è paura di tempesta nelle giornate di sole, è paura del fulmine al rombo del tuono.” insistette N’uhin sconsolato.

“Non siamo degli sprovveduti, la questione è molto più complessa. Hous ha visto qualcosa nelle nostre preoccupazioni e, con ciò che abbiamo raccolto nelle nostre biblioteche, ha acconsentito al nostro incontro con te.” I due corvi si erano fatti più diretti “Non dalle zebre, non dal Circolo Eterno, ma da te. Ci ha visti parlare e vogliamo informarti.”

“Aspetta, aspetta. Cosa c’entrano le zebre adesso? Che cosa sapete su di loro?” Shoudhe si mise sulla difensiva senza riuscire a controllarsi.

“Non sappiamo nulla, perché si agita così? Le zebre sono solo una mia supposta conclusione.” Iniziò a spiegare Houghin “Alla caduta di Ahw, il profeta affidò delle parole a tutti i capostipiti. Tramite queste, ogni g’eth si sviluppò indipendentemente e in maniera differente, permeando l’essenza stessa del g’eth, il tipo di cultura e persino gli otsici che sarebbero nati. Si è mai chiesto perché noi abbiamo più intuitivi mentre Janavut, ad esempio, più arcani?”

Shoudhe era tornato ad ascoltare.

“Nel nostro g’eth queste parole sono state tramandate da governatore a governatore, come un cimelio. Neanche noi sapevamo cosa vi fosse scritto, non pensavamo fosse importante. Per noi era un simbolo cerimoniale della nostra cultura, un collegamento con il passato, ma ci siamo sbagliati – o meglio, io mi sono sbagliato – e con Hous abbiamo capito la sua importanza.”

Guardò il gemello.

“Vogliamo condividere con lei queste parole. È un grande atto di fiducia, spero lo comprenda: multipli essenze ramificate segneranno l’inizio della via dello striato.”

Una parte di Shoudhe ripeteva fossero cose impossibili da credere; nel profondo però riconobbe che i corvi non mentivano. Chiese loro di continuare.

“Le multipli essenze ramificate sono il grande numero che abbiamo sempre avuto di otsici intuitivi, di otsici in grado di conoscere. Quest’anno lo sono ancora di più. Mentre lo striato è un chiaro riferimento alle zebre. A una di esse, per la precisione. Sappiamo possa sembrare assurdo, ma le nostre paure non sono infondate, non smetteremo mai di ripeterlo. Le zebre si sono separate dall’intera comunità resh be’th nel momento del grande esodo. Forse ora è arrivato il momento della loro ricomparsa. Magari questo ‘striato’ è già all’interno di un g’eth oppure deve ancora arrivare o nascere. Non sappiamo nemmeno cosa comporti la sua presenza, forse una vendetta?  Però so per certo che non sarà un evento positivo. Deve crederci, sta per succedere qualcosa di grosso e il nostro obiettivo è solo correre ai ripari.”

Sfortunatamente per loro, ciò fu troppo per il rinoceronte. Sorrise sconsolato e sfregò i suoi occhi con due dita.

“So che siete in buona fede, ma analizziamo un attimo i fatti. Avete basato tutta la vostra teoria sull’interpretazione di un lascito, vecchio migliaia di anni, e accusate qualsiasi ge’th possa aver alzato i toni nelle riunioni di voler iniziare una guerra e un membro, forse nato forse no, di una comunità nomade che, ricordiamolo, ha sempre evitato con paura ogni contatto con i ge’th, di volersi vendicare di non si sa cosa. Per di più, avete scavalcato l’Eternità per venire da me e spiegarmi le vostre paure. Houghin, N’uhin, nonostante il grande rispetto che provo nei vostri confronti, devo dirvelo. Questa volta avete veramente toccato il fondo.”

Devono andarsene immediatamente o tutta Haksh sarà in pericolo.

“La montagna non accoglie e il vento, se diventa gelido, uccide la vita. Forse è meglio smettere di soffiare.”

“Shoudhe, ti prego, ascoltaci. Sappiamo di non avere nulla in mano, però devi crederci. Uniamo i nostri g’eth, sosteniamoci e proteggiamoci a vicenda.”

“Ecco cosa volevate!” lo interruppe Shoudhe.

“Qualcuno potrebbe attaccare da un momento all’altro.”

“Chi può attaccare?” il rinoceronte si era alzato in piedi, le sue narici sbuffavano nervosamente “Chi è? Dite questo nome.”

“Governatore, ma lei si fida di noi?” disse N’uhin, lasciando il fratello senza parole.

“Sentite, chiudiamola qua. Non macchiamo ulteriormente il buon nome di Harfnag. Non dirò nulla all’Eternità di questo incontro per la vecchia amicizia che ci lega. Però ora vi chiedo gentilmente di tornare nel vostro ge’th e continuare il maturamento. I vostri ragazzi hanno bisogno di voi.”

Indicò la porta distendendo la sua mano, il rinoceronte non avrebbe dato altre possibilità a quella conversazione.

“Abbiamo capito, le chiediamo solo un’ultima cosa. Trovi le parole che il profeta ha affidato ai fondatori di Haksh. Siamo sicuri che anche nell’eredità lasciata a voi ci saranno dei riferimenti sulle zebre. Magari, unendo i messaggi, lei potrà venire a capo di questa faccenda.” Houghin fece una pausa, “So che una parte di lei crede in noi, lo leggo nei suoi occhi, ma doveva andare così: Hous ce lo ha detto. Aspetteremo con ansia il momento in cui si accorgerà della verità. L’alleanza sarà sempre aperta. Grazie per non avvisare il Circolo Eterno.”

Detto ciò, i due corvi si alzarono dalle poltrone e si avviarono verso l’uscita, Shoudhe li accompagnò in silenzio alla porta affidandoli a Me’r e Katthe, ma volle lo stesso seguirli, un’ansia costante lo colpiva come uno stiletto.

K’eirh e Shoum’e si stavano dirigendo verso la sala dell’universo quando incontrarono i due corvi lungo i corridoi del monte. Gli occhi dei diarchi si spalancarono e un turbinio di pensieri si impadronì di loro; un inchino di saluto fu l’unica cosa che fecero. La maturatrice e la zebra li guardarono incuriositi mentre Shoudhe, vergognandosi, provò l’impulso di uccidere i due estranei. Era terrorizzato: Harfnag era a conoscenza di Shoum’e o non lo avevano riconosciuto?

Con un sorriso in volto, Houghin si avvicinò al fratello e sussurrò:

“Avevo ragione. Stiamo facendo la Storia!”